venerdì 28 maggio 2021

PEDAGOGIA: Celestin Freinet


 Celestin Freinet pensa ad una “nuova società” e ad un “nuovo uomo”. Questa immagine si basa sulla valorizzazione delle risorse personali degli alunni, sul rispetto della loro fantasia e sulla creatività e socializzazione, oltre che sulla partecipazione attiva alla vita sociale. Il progetto pedagogico di attività sperimentale che svolge con i suoi allievi è fondato su apposite tecniche: il testo libero, il giornale scolastico e la tipografia in classe. La prima tecnica, il testo libero, si basa sull’esperienza concreta in cui l’alunno scrive senza alcuna costrizione. Esso confluisce poi nel testo libero collettivo, esito di una discussione tra gli alunni. Fondamentale è anche il giornalino scolastico, seconda tecnica, che diventa oggetto di scambio con gli alunni di altre scuole attraverso la corrispondenza Interscolastica, promuovendo in questo modo l’apprendimento individuale.

La scuola proposta da Freinet è inoltre una scuola popolare, che si presenta come soggetto attivo in termini di presenza sociale e culturale. È una scuola che, agendo su più livelli, orienta l’individuo verso un pensiero creativo ed autonomo. 

Le tecniche di Freinet, combinate in modo da rispondere alle diverse esigenze dell’ambiente degli allievi, possono produrre differenti soluzioni didattiche innovative. Importante è infine il ruolo degli insegnanti, i quali hanno un ruolo trainante nell’edificazione della futura società. Come conseguenza vi è quindi la  formazione di nuove personalità capace di identificarsi nei bisogni quotidiani, nella partecipazione alla vita del popolo e nella capacità di cooperare.




PEDAGOGIA: Jacques Maritain


 Alla base della concezione filosofico teologica di Maritain, vi è il concetto di umanesimo integrale. Secondo il pedagogista, l’uomo è un essere dotato di ragione la cui suprema dignità consiste nell’intelligenza. È un umanesimo che valorizza tutto l’essere umano, rispettoso dell’integralità della persona e che accetta quanto di positivo c’è nelle diverse concezioni dell’essere umano. 

Maritain propone un ideale storico concreto da individuare attraverso una pars destruens e una pars costruens. 

Entro quest’orizzonte si inserisce l’educazione al bivio. Di fronte all’educazione contemporanea si presentano due vie: da un lato, l’essere umano è colto come individuo nella sua finitezza; dall’altro, è la sua persona proiettata verso l’infinito.

In modo particolare i soggetti dell’educazione sono due: l’educando e l’educatore. L’educazione dell’essere umano è necessariamente anche l’educazione del cittadino.

L’educazione viene pertanto vista come un processo-evento che si compie entro la dimensione umana e non come un assemblaggio di tecniche. Si tratta dunque di un’educazione integrale fatta coincidere con “l’educazione liberale”. Secondo Maritain sarebbe infine utile ripristinare nei moderni corsi di studio gli obiettivi a suo tempo perseguiti con gli  studi medievali, così da assicurare a tutti i giovani una formazione culturale disinteressata.

SOCIOLOGIA: crisi del Welfare State e Welfare State oggi


 La crisi del Welfare è causata dal fatto che la società non possiede sempre le risorse necessarie per garantire ai cittadini una protezione sociale estesa e capillare e questo è dovuto specialmente al fenomeno dell’invecchiamento demografico. Negli ultimi anni gli anziani hanno avuto un importante crescita di numero e parallelamente si è verificato un ritardo sempre più accentuato  dell’ingresso nel mondo del lavoro da parte dei giovani. La combinazione tra questi due fenomeni ha dunque portato ad una crisi del Welfare: mancano i cittadini che possano finanziare tramite il loro lavoro il pagamento delle pensioni dei più anziani.

La crisi del Wlfare State è stata aggravata dalla crisi dell’organizzazione dei servizi e dall’eccessiva burocratizzazione dei servizi sociali, che è stata una fonte di spesa per lo Stato.

L’insieme di questi fattori ha comportato per i paesi occidentali una profonda riorganizzazione delle politiche sociali. Lo Stato sociale attuato tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni 70 del XX secolo, viene chiamato “fordista”, per il suo stretto legame con il sistema produttivo di quel periodo e aveva natura passiva. Lo Stato corrispondeva infatti all’individuo un indennizzo: il suo intervento era dunque di natura riparatoria. Oggi invece, nel momento in cui viene erogato un sussidio monetario, viene chiesto agli individui qualcosa in cambio, anche se non sotto forma monetaria. In questo modo le persone diventano protagoniste attive nella realizzazione del Welfare, di cui risultano essere beneficiarie. Il Welfare a questo punto viene definito Welfare attivo o promozionale, in quanto promuove le persone investendo su di loro. L’efficacia degli attuali politiche sociali è quindi in stretta relazione con il comportamento individuale.

Le principali politiche sociali dei paesi occidentali riguardano essenzialmente tre ambiti generali: la previdenza sociale, l’assistenza sociale e l’assistenza sanitaria.

La previdenza sociale consiste in alcune misure che cercano di prevenire conseguenze negative in eventi critici come la malattia, l’infortunio o il decesso del coniuge.

La parte più consistente delle politiche previdenziali riguarda le pensioni, considerate di legittima spettanza al raggiungimento di un certo limite di età. L’accesso alla previdenza è regolato in modi diversi in base allo stato in cui ci si trova. In alcuni casi è subordinato alla partecipazione al mercato del lavoro: il lavoratore autofinanzia le sue prestazioni previdenziali versando allo Stato una quota del proprio salario e , se non ha mai lavorato non potrà averne diritto. Vi sono poi regimi in cui viene garantita ai cittadini una copertura indipendentemente dal fatto che sia stati lavoratori o meno. 

L’assistenza sociale consiste invece in un insieme di interventi di sostegno, volti ad assistere i cittadini che si trovano in stato di povertà, di emarginazione di devianza. L’assistenza sociale funziona attraverso la creazione della rete di servizi alla persona e  svolge un’azione di prevenzione. 

Vi è infine l’assistenza sanitaria, che consiste invece nella realizzazione del finanziamento di strutture ospedaliere e nell’erogazione di prestazioni finalizzate a curare e prevenire le malattie.



PEDAGOGIA: Maria Montessori


 Maria Montessori è il simbolo dell’educazione nuova. La sua teoria pedagogica di fonda sull’ipotesi che i materiali forniti ai bambini anormali potessero essere la base per nuove forme di educazione anche dei soggetti normali. Decise così di aprire delle scuole infantili, denominate case dei bambini nel popolare quartiere romano di San Lorenzo. Nelle sue opere presentò l’esperimento del quartiere di San Lorenzo, descrivendo le case dei bambini, frutto di osservazioni e scelte compiute sul campo, definite “laboratorio di psicologia”. Queste nuove scuole erano destinate ai bambini di età compresa tra i tre e i sei anni e si caratterizzavano per l’organizzazione dell’ambiente a misura di bambino. Arredo scolastico e materiali didattici erano predisposti in modo tale che ogni elemento potesse essere agevolmente maneggiato e spostato. Gli oggetti erano quindi offerti alla libera scelta degli allievi.

Veniva inoltre abolito il banco, sostituito da un piccolo tavolino. L’insegnante non aveva peraltro un compito direttivo, bensì di consiglio, aiuto e sostegno. Un secondo aspetto riguarda il materiale didattico, venivano utilizzati blocchi, tavolette, figure e solidi geometrici, tutti oggetti che servivano a sviluppare la capacità logiche di avvio alla lettura, al calcolo e alla misura.

Nella scelta del materiale ogni fanciullo procedeva nei suoi tentativi come meglio credeva.

Maria Montessori utilizza inoltre un’espressione propria del linguaggio astronomico, le “nebule”, per indicare specifiche sensibilità che si risvegliano nel corso dello sviluppo psichico.

La mente del bambino viene definita come “assorbente”, per il suo straordinario potere di assimilazione, collegato alla creatività, alla fantasia e al gioco.

La pedagogia montessoriana è una pedagogia elaborata a partire da esperienze reali che trova forma nel triangolo bambino-ambiente-insegnante.

Il bambino va dunque posto nelle condizioni di poter gestire liberamente le risorse che gli vengono messe a disposizione, puntando sulla sua autoeducazione. Il progetto costruttivo di Montessori è basato sul rispetto della personalità del bambino e sulla predisposizione di sviluppo. Decisiva è la funzione dell’ambiente: quanto più esso offre stimoli, tanto maggiore sarà la sua parte educativa. Deve essere quindi un ambiente misurato negli stimoli e proporzionato alle forze fisiche e psichiche del bambino. 

Maria Montessori si confronta inoltre con le tesi psicoanalitiche di Sigmund Freud, condividendo l’elemento significativo per la formazione della personalità. Attualmente esistono circa 22.000 scuole, distribuite in più di 100 paesi del mondo.

PEDAGOGIA: John Dewey


 John Dewey propone per la prima volta una nuova concezione della pedagogia, appoggiandosi a un proprio laboratorio di psicologia e pedagogia sperimentale, che aveva sede a Chicago.

All’interno dei suoi primi scritti pedagogici, stabilisce come l’educazione sia un processo attraverso cui l’individuo assimila le conoscenze conquistate dall’umanità nel suo cammino storico. È compito dell’educatore procedere alla stimolazione e al rafforzamento della potenzialità individuali dell’alunno. 

La scuola è secondo Dewey organizzata a partire dai bisogni e dagli interessi infantili, funzionando come una piccola comunità nella quale si riproducono le caratteristiche della vita sociale esterna. La scuola è quindi concepita in forma progressiva, presupponendo uno sviluppo graduale dell’allievo. 

L’educazione è vista come un’attività sociale basata sull’esperienza che viene presentata come l’intreccio permanente tra essere umano e natura: fatti fisici e operazioni mentali non sono quindi che eventi empirici, in cui il pensiero si configura come lo strumento necessario per agire, risolvendo i problemi mediante la capacità riflessiva. Alla base della pedagogia di Dewey sono due concetti fondamentali: la nozione di esperienza e il principio della società democratica. 

Per quanto riguarda il primo punto, il pensiero è sinonimo dell’inversione dell’esperienza col fine di trasformarla, conoscenza e azione sono dunque due concetti intimamente connessi.

Secondo Dewey è quindi necessario che l’educatore sappia creare le condizioni ambientali idonee affinché le capacità personali, i desideri e i bisogni dell’individuo vengano a manifestarsi in esperienze educative.

L’altro principio fondamentale della sua pedagogia si ritrova nel principio della vita democratica. Se la società democratica è il prodotto dell’intelligenza degli uomini, l’educazione dell’intelligenza costituisce un fattore decisivo per la vita della democrazia. Lo stretto rapporto tra democrazia ed educazione è alla base della relazione interattiva tra scuola e società. La scuola deve puntare alla valorizzazione dell’individuo secondo le sue potenzialità.

Dewey diventò uno dei principali portatori di rinnovamento educativo nel nome dei diritti dell’infanzia e della concezione democratica della scuola. La sua concezione era rigorosamente pragmatista ed empirica, cinonostante questo non gli impedisce di riconoscere le finalità etiche dell’educazione individuate nei valori del metodo scientifico. Attraverso l’educazione questi valori devono avviare l’umanità verso una nuova forma di religiosità laica, una nuova fede per le società moderne. Lavorare in vista della formazione di un fanciullo attivo, significava affermare una coscienza consapevole, capace di pensare in modo critico e dunque di essere parte responsabile di una comunità sociale.

SOCIOLOGIA: comunicazione e linguaggio


 La comunicazione è a tutti gli effetti l’anima della società: vivere insieme agli altri e comunicare sono due aspetti interdipendenti. Nei processi di comunicazione vengono messi in comune dei significati; con significato si intende la rappresentazione psichica e mentale di un oggetto. Comunicare significa dunque mettere in comune con gli altri interlocutori delle rappresentazioni mentali di oggetti e situazioni. La comunicazione è quindi una forma fondamentale di interazione sociale in cui gli individui si scambiano dei significati. Affinché questo possa avvenire sono necessarie delle condizioni di base:

  • Canale: si tratta della prima condizione di esistenza della comunicazione che stabilisce la presenza di almeno due persone che entrano in contatto tra loro.
  • Messaggio: tramite il messaggio i significati vengono messi in comune tra gli interlocutori.
  • Codice comune: si tratta della terza condizione, ovvero della presenza di un linguaggio condiviso tra gli interlocutori che possa tradurre in qualcosa di materiale e percepibile i messaggi.
  • Volontà o intenzione di comunicazione: l’esistenza di questa quarta condizione determina la partecipazione e l’interazione tra soggetti coinvolti.

Tra le condizioni fondamentali della comunicazione vi è sicuramente l’esistenza del codice condiviso tra i soggetti che interagiscono, in tal senso il linguaggio e la lingua risultano essere il più complesso è il più prezioso tra tutti. Il linguaggio è infatti l’applicazione concreta di un codice con lo scopo di comunicare. Non si tratta mai di un carattere naturale, anzi di una convenzione sociale, un tipico esempio di istituzionalizzazione: i comportamenti condivisi si cristallizzano diventando regole da rispettare. Durkheim definisce pertanto il linguaggio una tipica istituzione sociale, in quanto appare alle persone esterno e coercitivo rispetto alla loro volontà.

Nel corso del tempo, parallelamente al progresso e allo sviluppo tecnologico, si sono andati a sviluppare numerose forme di comunicazione differenti, che coinvolgono sempre di più gli individui in maniera sempre  diretta, ma più passiva. Si tratta di fenomeni corrispondenti alla nascita della televisione, della radio o del cinema, spesso visti come forme di intrattenimento e nell’era più moderna la nascita di Internet, che permette di mettere in comunicazione persone che si trovano anche a larga distanza.

SOCIOLOGIA: welfare state


 A partire dall’età moderna, quindi dal XVIII secolo, gli abitanti dell’Inghilterra vengono per la prima volta riconosciuti come cittadini, ai quali spettano di conseguenza i cosiddetti “diritti civili”. Ognuno, per il solo fatto di esistere in quanto cittadino, merita il diritto a condurre una vita dignitosa. È proprio questo uno dei principi su cui si regge il modello base degli Stati occidentali. A partire da il XIX e il XX secolo, la cittadinanza si è poi ampliata fino a includere anche i diritti politici. 

L’insieme di tutti gli interventi pubblici attraverso cui lo Stato mira ad attuare i diritti sociali dell’individuo viene denominato Welfare State, che letteralmente significa “stato di benessere” o “Stato sociale”. Si tratta di un tipo di Stato che si fa carico del benessere dei suoi cittadini, garantendo loro gli standard minimi di vita rispetto al reddito, alla salute, all’abitazione, all’educazione e si propone di tutelare tutti i momenti della vita più critici, come l’infanzia, la maternità e la vecchiaia.

Le prime leggi sulla previdenza e assistenza pubblica vennero emanate tra il 1883 e il 1889 in Germania, dal cancelliere Bismark. Bismark istituì delle assicurazioni sociali obbligatorie, corrispondenti all’obbligo per il lavoratore e l’imprenditore di versare allo Stato una quota del proprio salario in cambio di indennizzi monetari, nel caso di eventi ritenuti critici. L’intervento di Bismark modificò la concezione dello Stato, per la prima volta infatti, si ritenne che lo Stato dovesse intervenire in difesa del benessere dei propri cittadini. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, questa logica si estese a tutti gli altri paesi europei.  Ciò avvenne anzitutto in Inghilterra, uno dei paesi a industrializzazione più avanzata. 

Precisamente la nascita del Welfare State si fa coincidere con la nascita del rapporto Beveridge, nel 1942, un documento redatto dall’economista William Beveridge. Questo rapporto trova azione con la creazione di un servizio medico nazionale gratuito per tutti cittadini e con l’adozione di altri provvedimenti sociali, tra i quali l’indennità di disoccupazione, e l’innalzamento delle pensioni. Ne derivò un aumento della spesa pubblica, finanziato da un aumento del prelievo fiscale.

Dal sistema di Welfare State nasce quindi una forma di redistribuzione delle risorse economiche dello Stato, che si assume il compito di prelevare una quota di ricchezza dai cittadini più agiati, redistribuendola ai più poveri.

Il modello di Welfare proposto dal rapporto Beveridge, si diffuse velocemente in tutti i paesi europei, per poi affermarsi anche in quelli esterni, come gli Stati Uniti o l’Australia e ad oggi è ritenuto un componente essenziale della società europea. 

Soprattutto negli anni Ottanta e Novanta però, il Welfare State è entrato in una fase di crisi piuttosto acuta. Le ragioni di tale crisi sono diverse:

  • Crisi di ordine finanziario: l’assistenza sociale e sanitaria iniziano a costare troppo;
  • Crisi di organizzazione: lo Stato non riesce a garantire servizi sufficienti ai cittadini;
  • Crisi di legittimità: l’opinione pubblica ritiene che non è più opportuno impiegare le risorse nel sistema del Welfare, ma piuttosto in altri interventi (la sicurezza pubblica, lo sviluppo economico, ecc...). 




domenica 4 aprile 2021

SOCIOLOGIA: norme e leggi nella società


Ogni società si basa sulla condivisione di norme, formalizzate in leggi. Una norma si formalizza nel momento in cui il suo contenuto viene reso esplicito da un’autorità riconosciuta: perché sia formalizzata è necessario che la società abbia preso consapevolezza esplicita di essa e che il suo contenuto sia stato chiarito. Alla fine di questo procedimento la norma sociale diventa legge: univoca, sicura e uguali per tutti. In questo modo si limitano e prevengono conflitti sociali e si creano anzi delle soluzioni per regolarli e risolverli. A fissare queste regole comuni degli aspetti pratici della vita nella società sono le istituzioni politiche, che nel mondo moderno coincidono con gli apparati dello Stato. Quest’ultimo è un’organizzazione sociale, una delle tante di cui la società è composta. Lo Stato è quello organizzazione attraverso cui viene istituzionalizzato il potere politico. Infatti attraverso di esso la società disciplina l’esercizio del potere, burocratizzandolo. Così facendo si garantisce alla società il non concentramento dei poteri nelle mani di pochi. Lo Stato organizza nel suo insieme la società, avocando a sé il compito di ordinare la giustizia, l’istruzione, la sanità, l’economia e l’ordine pubblico. Si tratta dell’unico soggetto capace di conferire alle leggi validità e legittimità, per il semplice fatto che esistano. È inoltre l’autorità in grado di imporre regole estranee alla cultura dominante, governando la collettività.

In termini sociologici, si tenta di chiarire come tutti soggetti sociali si comportino nell’affrontare le questioni di rilevanza collettiva: si parla infatti di società civile. Con il termine società civile si fa riferimento a tutti quei soggetti sociali che svolgono un ruolo attivo nell’affrontare questioni di rilevanza collettiva. In tali termini di parla di politica: la sfera di tutte quelle azioni il cui scopo è quello di governare i comportamenti collettivi, così da risolvere eventuali conflitti e gestirne le risorse sociali. Da sempre all’interno della società la politica svolge un ruolo di estrema importanza, in particolare la distribuzione del potere politico e la lotta per la sua conquista. Vista la sua funzione sociale di estrema rilevanza, in quanto permette di risolvere i conflitti interni senza fare ricorso alla violenza, essa è considerata una forma istituzionalizzata di lotta per il potere.

SOCIOLOGIA: regimi politici, democrazia e totalitarismo


 

Da sempre la sfera politica si organizza in diverse forme, i cosiddetti regimi politici. Oggi in tutte le società occidentali vige un regime democratico, ossia di governo del popolo. Nelle democrazie vi è un’ampia corrispondenza tra ciò che fa lo Stato e ciò che “pensa” la società governata, in cui le leggi maturano al suo interno. Il regime democratico è da sempre ritenuto il regime più adatto alle società industriali e post industriali, in quanto permette di regolare pacificamente i conflitti tra soggetti sociali. 

La democrazia presenta inoltre alcune caratteristiche fondamentali: 

- La capacità di conferire un alto grado di legittimità allo Stato: la legittimità dipende dal consenso che si è in grado di ottenere senza l’uso della forza ed essendo la democrazia è un regime politico basato sul consenso popolare, è la forma di governo più adatta all’ottenimento di questa caratteristica.

  • La democrazia esercita un controllo forte e continuo sull’operato della sfera politica: essendo basata sul consenso popolare deve continuamente stare al passo con il pensiero dei cittadini, influenzandolo. 

Esistono due forme di democrazia: la democrazia indiretta, in cui il popolo decide attraverso l’intermediazione di rappresentanti;  e la democrazia diretta, in cui il popolo decide in prima persona. Ciò che le distingue è il meccanismo di rappresentanza. Se infatti nel primo caso la gestione della politica avviene attraverso un sistema di elezioni, in cui ciascuno sceglie i propri rappresentanti, e in cui i pensieri dei cittadini trovano espressione nella formulazione di leggi, nel secondo caso, più problematico e costoso da attuare, il popolo esprime direttamente le proprie preferenze,  non ammettendo alcun tipo di mediazione e compensazione. Secondo quest’ottica il governo della maggioranza può infatti tradursi in una “dittatura della maggioranza”, che non andrebbe a riconoscere alle minoranze la legittimità dei propri interessi. 

La democrazia presenta anche alcuni rischi e elementi di fragilità: negli ultimi decenni l’appoggio popolare ai partiti politici è infatti diminuito drasticamente, poiché i partiti tendono sempre più frequentemente ad isolarsi dagli interessi della collettività, costituendo Elite separate. Anche la televisione e gli altri social media hanno avuto una funzione chiave nella creazione del consenso politico, creando un forte influsso sull’opinione pubblica.

Per quanto riguarda invece i regimi politici non democratici, essi concentrano il potere nelle mani di una sola persona, o di un gruppo ristretto, dando vita ai totalitarismi, in cui vengono soppressi tutti i soggetti sociali individuali e collettivi e vengono portate avanti ideologie che possano controllare i cittadini basandosi esclusivamente sull’uso della forza, sulla repressione violenta delle proteste e su  provvedimenti sulla base di semplici sospetti. Tra le sue armi più importanti abbiamo anche il controllo dell’informazione, attraverso la censura e la creazione di un nemico assoluto, un soggetto che viene indicato come pericoloso e come capro espiatorio di eventuali crisi interne contemporanee. Le forze del regime si coalizzano quindi in massa contro quest’ultimo, eliminandolo dalla scena sociale. 


mercoledì 3 marzo 2021

PEDAGOGIA: verifica pagina 11-12

 

  1. Alfred Binet presentò nel 1905 i primi test di intelligenza.
  2. Granville Stanley Hall riteneva che l’adolescenza fosse un periodo di sviluppo caratterizzato da un’ inalterabile equilibrio psicofisico.
  3. Il movimento dei Wandervögel nacque in Germania nel 1897.
  4. I promotori del movimento scoutistico furono Robert e Agnes Baden Powell. 
  5. L’idea centrale dello scoutismo era legata alla valorizzazione del tempo libero, inteso come momento educativo.

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QI: Quoziente intellettivo, cioè il calcolo del rapporto tra età mentale ed età cronologica.

Wandervögel: Movimento giovanile nato in Germania nel 1897 e che si fonda sull’idea dello sviluppo libero dei ragazzi, coltivandone valori spirituali e l’autonomia.

Scout: Ragazzi che prendevano parte al movimento scoutistico fondato da Robert e Agnes Baden Powell. Il movimento si incentrava sulla valorizzazione del tempo libero come tempo utile per l’educazione.


Tradizionalmente la pedagogia si fondava su presupposti metafisici e religiosi oltre che sull’osservazione diretta. Verso la metà dell’ottocento si comincia a delineare il modello delle scienze dell’educazione caratterizzato da: nuovo interesse per i contributi delle diverse scienze e forte impegno per adeguare le pratiche didattiche allo sviluppo mentale dei bambini.

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Con l’avvento del XX secolo, si delinea  una nuova fisionomia della pedagogia, sempre più attinente al modello delle “scienze dell’educazione”. Se inizialmente le pratiche pedagogiche erano direttamente dedotte da presupposti metafisici, a partire dalla seconda metà del secolo giunsero soprattutto contributi psicologici che contribuirono a delineare modalità più scientifiche, in particolare in riferimento ai processi di apprendimento. Importante in tal senso fu l’apporto di alcuni studiosi di formazione medico psicologica, tra cui per esempio Wundt, che fondò nel 1879 a Lipsia il primo laboratorio sperimentale di psicologia. Gli studi sui test mentali realizzati all’interno del laboratorio, si aprirono successivamente anche l’età evolutiva e nel 1905, lo psicologo francese Alfred Binet, presentò i primi test di intelligenza che vennero successivamente perfezionati da William Stern. Lo psicologo tedesco, nel 1912, introdusse il concetto di quoziente di intelligenza, derivante dal calcolo del rapporto tra età mentale ed età cronologica. Tali ricerche sull’intelligenza infantile, contribuirono a chiarificare la differenza tra l’intelligenza dell’adulto e quella del bambino: le differenze in tal senso non erano unicamente di tipo quantitativo, ma anche soprattutto di natura qualitativa e riguardavano cioè la prevalenza della comprensione a base sensoriale rispetto a quella astrattiva.

PEDAGOGIA: domande pagine 4,6,10

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  • Il ‘900 è considerato per eccellenza il momento storico in cui i bambini sono stati i più studiati e curati: si tratta infatti del secolo della pediatria e della puericultura, della psicologia infantile e della frequenza generalizzata della scuola. Nelle abitazioni per esempio vennero previsti appositi spazi per le esigenze dei bambini. 
  • A partire dal XIX secolo il sistema scolastico si aprì anche i ceti popolari, assumendo le caratteristiche di un servizio sociale che divenne sempre meno elitario e destinato a un numero di alunni che frequentavano la scuola per un periodo sempre più lungo.
  • Tra le figure professionali che iniziarono ad occuparsi della cura dei bambini troviamo medici pediatri e neuropsichiatri, psicologi, educatori all’infanzia ed educatori giovanili.

  • La pedagogia di questo periodo può definirsi scientifica in quanto si cominciarono a delineare modalità scientifiche per intervenire in campo educativo, soprattutto per quanto riguarda i processi di apprendimento. Grazie a figure di formazione medico-psicologica la pedagogia acquisì in questo periodo maggiore interesse per i dati e per le pratiche didattiche funzionali allo sviluppo mentale dei bambini.
  • Tra le iniziative sperimentali in ambito pedagogico troviamo i test mentali che aprirono la strada ai primi test di intelligenza realizzati per la prima volta dallo psicologo francese Alfred Binet. 
  • Le conclusioni tratte da Binet relativamente all’intelligenza del bambino paragonata a quella dell’adulto riguardavano soprattutto la natura qualitativa: nel bambino prevaleva la comprensione sensoriale rispetto a quella astrattiva. Non si trattava dunque di differenze legate unicamente al patrimonio linguistico più limitato o alle esperienze meno ricche.

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  • A partire dal ‘900 e la giovinezza iniziò a subire l’influenza del nuovo clima culturale e della modernizzazione, venendo vissuta come una particolare e felice condizione fatta di esaltazione della ribellione e dell’incoscienza.
  • Granville Stanley Hall tentò per primo di descrivere le caratteristiche del passaggio dall’età infantile a quella adulta, sottolineando l’emergere di una nuova fase della vita umana. A suo parere tutti i giovani passavano attraverso un certo grado di turbamento e sconvolgimento psicofisico ed emotivo, per raggiungere solo successivamente uno stato di equilibrio, caratteristico della vita adulta.
  • L’esperienza educativa di Wyneken e Geheeb, ispirata al movimento giovanile dei Wandervögel, si esprimeva nella vita contatto con la natura e nel disprezzo dei miti borghesi del denaro e della felicità materiale. I due studiosi idearono una comunità educativa nella quale erano privilegiati lo sviluppo libero del ragazzo, la coltivazione di valori spirituali e l’autonomia della gioventù. L’esperienza educativa di Baden-Powell portò invece alla formazione del cosiddetto movimento scoutistico, un’esperienza che non si concentrava sull’aspetto scolastico e pedagogico ma che era più incentrata sulla valorizzazione del tempo libero come utile per l’educazione, puntando allo stimolo di valori come l’ordine interiore la disciplina di gruppo. 

venerdì 19 febbraio 2021

PEDAGOGIA: “La scuola e la questione sociale” di Pasquale Villari

 1.

  1. Come potresti descrivere lo stato emotivo della maestra di fronte alla classe? È incuriosita dai nuovi allievi.
  2. Perché la maestra Varetti non esamina Saltafinestra? Perché non osa farlo di fronte al resto della classe. 
  3. -
  4. Alla presenza della nuova insegnante gli alunni reagiscono con atteggiamenti particolarmente curiosi. Pur rispettando la donna rimanendo in silenzio e attendendo le sue spiegazioni, manifestano parecchia curiosità all’ingresso in aula, parlando tra loro in riferimento alla nuova figura presente.
  5. -
  6. L’Italia postunitaria dovette confrontarsi con l’importante problema dell’analfabetismo, che colpiva in particolare il sud Italia, ma dal quale anche il Nord non era esente. Tra ottocento e primo novecento si moltiplicarono le iniziative per la scolarizzazione, ai fini di sconfiggere l’ignoranza. Tra le iniziative più significative troviamo l’istituzione delle scuole per soldati, dette scuole reggimentali, in parallelo alla nascita delle scuole serali e festive, gestite dagli stessi maestri che insegnavano i bambini. Queste scuole erano finanziate da privati e avevano non solo la finalità di insegnare alle persone a leggere e scrivere, ma principalmente puntavano alla formazione di un’opinione politica personale. L’istruzione iniziò a ricoprire un ruolo importante anche per quanto riguarda le esigenze delle nuove forme di produzione industriale: in molti casi furono necessarie competenze più avanzate in campo meccanico, elettrico e chimico, cui si poteva accedere solo se si disponeva già di un buon bagaglio alfabetico minimo. In molti casi queste scuole venivano sostenute economicamente dagli stessi imprenditori, anche per quanto riguarda il campo agricolo. Nacquero infatti varie scuole tecniche agrarie che puntavano alla preparazione di allievi da impiegare come specialisti nell’attività agraria. Particolarmente attive furono inoltre le società di mutuo soccorso, che puntarono a stimolare nei ceti artigiani e operai una mentalità fondata sul rapporto stretto tra lavoro manuale e cognizioni tecniche e scientifiche. I valori su cui queste ultime si basavano sono quelli della cultura self-helpista, che punta a migliorare le proprie condizioni di vita, potenziando il proprio bagaglio di conoscenze personali. Anche la Chiesa non fu esente dalla partecipazione all’alfabetizzazione e non si oppose mai all’idea di una nazione italiana, impegnandosi piuttosto a difendere l’idea di un “Italia cattolica”.

PEDAGOGIA: "Conoscere le leggi della vita" di Herbert Spencer (pag.383)

1. Quale critica rivolge Spencer alla pedagogia di stampo utilitaristico? Cerca di soddisfare soltanto i bisogni immediati dell’esistenza.

    2. Secondo Spencer nei bambini è istintiva la tendenza a godere delle bellezze naturali e artistiche.

    3. Spencer sostiene come l’utilitarismo possa essere sconfitto sul suo stesso territorio. Per comprendere meglio questa affermazione Spencer afferma come una conoscenza delle leggi della vita risulti più importante di ogni altra conoscenza, in quanto le leggi della vita determinano, oltre ad ogni processo mentale e corporeo, anche ogni altro ambito della realtà quotidiana di ogni individuo. Da una mancata comprensione delle leggi della vita, deriva una mancata realizzazione personale e sociale.

    4. La più importante conoscenza da ottenere secondo Spencer è quella del mondo esterno, derivante da una precedente comprensione delle leggi della vita. I fanciulli vanno incoraggiati a tale conoscenza, in quanto soltanto successivamente all’assimilazione di quest’ultima gli sarà possibile un’organizzazione corretta del loro futuro.

5. Nel panorama del XIX secolo, nello scenario pedagogico europeo iniziano a verificarsi forti cambiamenti, grazie all’avvento della cultura positivista. L’educazione è sempre più ispirata ai principi della modernità scientifica, alimentata dal pensiero di personalità quali Auguste Comte, che ricostruì l’intera storia dell’uomo alla luce della nozione di progresso, o dalle scoperte naturalistiche di Charles Darwin. Scienza e metodo sperimentale divengono quindi le uniche vie principali per accedere alla conoscenza e cambia anche il ruolo dell’uomo nella natura. Anche la stessa educazione rientra all’interno del campo di applicazione delle leggi evolutive: si comincia a parlare di scienza dell’educazione. Il pensiero di Herbert Spencer si sviluppa proprio in quest'ottica: lo studioso è il primo ad elaborare una teoria filosofica di impianto evoluzionista che comporta una rivisitazione del sapere umano. Egli presentò la tesi dell’evoluzione come legge universale, valida per tutti gli ambiti della realtà, parlando quindi per la prima volta di evoluzionismo cosmico. La legge dell’evoluzionismo cosmico poggia su tre caratteristiche specifiche: il passaggio da una forma meno coerente a una più coerente; il passaggio dall’omogeneo all’eterogeneo; il passaggio dall’indefinito al definito. Queste tre caratteristiche poggiano a loro volta su tre principi: l’indistruttibilità della materia, la continuità del movimento e la persistenza della forza. In base a ciò cambia anche la concezione dell’intelligenza umana, vista sempre più come un dato ereditario, derivante da un progressivo accumulo di esperienze. Spencer riteneva che la stessa educazione dell’uomo dovesse svolgersi tenendo conto della sua condizione di “essere naturale“ e dunque lo stesso fine dell’educazione risulta strettamente legato a tale concezione. Hanno pertanto carattere prioritario tutte quelle attività che sono destinate alla conservazione della specie umana. A partire da ciò Spencer riordina anche il tradizionale ordine educativo, dando priorità alla formazione fisica e lasciando un ruolo subalterno alle discipline umanistiche, proponendo un’etica basata sull’adeguamento alle regole naturali.





PEDAGOGIA: positivismo in Italia


 In Italia la cultura positivista giunse con un certo ritardo. A rallentare questo sviluppo furono principalmente due fattori: la mancanza dello sviluppo industriale e la prevalenza di un positivismo dogmatico, incentrato su una visione che riduceva l’uomo a puro e semplice fenomeno della natura e che contrastava pertanto con la tradizione religiosa. La stagione positivista portò ad una modernizzazione dello Stato unitario grazie ai metodi delle scienze sperimentali, che furono utilizzati per combattere i pregiudizi e l’ignoranza e per migliorare le condizioni di vita, soprattutto per quanto riguarda l’igiene. Grande attenzione venne poi riservata all’educazione e discipline come la biologia, la psicologia, la sociologia e l’etica furono utilizzate per fornire all’educazione i dati su cui costituire la pedagogia. La pedagogia rinuncia a elaborare i valori individuali oltre l’esperienza umana per affidarsi invece a leggi dettate dalla scienza sperimentale. 

Il contributo più significativo del positivismo italiano riguarda essenzialmente due aspetti: la diffusione del Self-helpismo, ossia la promozione tra i ceti popolari di una mentalità intraprendente e attiva e in secondo luogo la diffusione di una mentalità critica che, presupponendo la superiorità della scienza e del metodo scientifico, portava ad un apprendimento basato sull’osservazione critica. 

Importanti in tal senso furono le figure di Aristide Gabelli e Pasquale Villari. Ilprimo sosteneva come fosse necessario preparare uomini senza idee preconcette, pronti ad osservare e di esaminare qualunque cosa. Anche Villari presentava una posizione simile, sostenendo come fosse necessario abituare gli individui ad esaminare ogni situazione in modo razionale, elaborando giudizi. I due sostenevano inoltre l’importanza per la disposizione al cambiamento e all’investimento sul futuro. Particolare importanza venne data i ceti popolari disagiati: occorreva interrogarsi sulle cause di tanta miseria e produrre risposte concrete in tal senso.

La modernità porta inoltre lo sviluppo di una nuova considerazione della donna e del panorama dell’istruzione femminile, nella quale vennero comunque privilegiate le competenze pratiche.

A cavallo tra Ottocento e Novecento cambia anche la visione dell’infanzia, vista come un’età da tenere sotto controllo e da disciplinare, in quanto funzionale alla formazione del carattere dell’individuo. Al tempo stesso si sviluppa però una forte attenzione verso fenomeni come lo sfruttamento e il lavoro infantile, oltre che una vera e propria battaglia contro le malattie infantili che provocavano numerose morti. Una vera e propria svolta si ebbe con la nascita della sensibilità puerocentrica, che vedeva il bambino non solo come un oggetto da disciplinare, ma anche come un soggetto da rispettare per le sue caratteristiche proprie. Interessante in tal senso fu la storia di Pinocchio di Carlo Collodi, che, lontana dai cliché tradizionali, rivendicava al bambino il diritto di “essere bambino”. Nel passaggio tra i due secoli la cultura positivista cominciò a evidenziare segni di un tramonto, ritenuta inadeguata a spiegare tematiche come il “senso” della vita, sempre più in voga in tale periodo. 

PEDAGOGIA: la pedagogia speciale


 In questo periodo la pedagogia inizia a fare proprio l’esigenza di conoscenze psicologiche più approfondite, rendendo necessario l’affiancamento dello studio della psicologia. Fu così che verso la metà del XIX secolo si manifestò anche un notevole interesse per l’educazione nei soggetti affetti da deficit psichici. L’“idiota“ viene in questo periodo visto non solo come un soggetto da assistere, ma anche come un individuo da educare nel suo percorso di vita, integrando la pedagogia e le ricerche mediche. La nascita di questo tipo di pedagogia, definita pedagogia speciale, corrisponde all’opera di Itard, il medico che si prese cura di Victor, il ragazzo selvaggio dell’Aveyron. Successivamente iniziarono a manifestarsi le prime iniziative a favore dei sordomuti e dei ciechi, ritenuti i primi soggetti portatori di deficit a poter essere educati. Vennero create anche in Italia, ma più in generale in tutto il panorama europeo, apposite scuole per sordomuti. Più tardi invece avvenne lo sviluppo della pedagogia speciale rivolta ai portatori di handicap psichici, che si deve principalmente alla figura di Eduard Séguin. Se infatti precedentemente il destino dei ritardati era quello di restare assistiti in appositi reparti degli ospedali psichiatrici, senza che si provvedesse ad alcun tentativo di integrazione nella vita normale, Seguin aprì nel 1847 la prima scuola speciale per bambini affetti da ritardi mentale giudicati “recuperabili”. In questo contesto avviò attività di insegnamento appositamente predisposte, ritenendo come l’idiozia, abbandonata a se stessa, potesse soltanto aggravarsi nei suoi sintomi. Qualche decennio più tardi anche Maria Montessori seppe avvalersi del lavoro di Seguin per avviare la sua prima esperienza di lavoro con i ritardati mentali.

PEDAGOGIA: Durkheim e l’educazione


 Anche il sociologo Emil Durkheim riserva notevole attenzione alle questioni educative, concentrandosi sui modi di agire e di pensare collettivi e i loro rapporti con le istituzioni, applicando le leggi dell’evoluzione all’analisi sociale. L’educazione è dunque vista come il frutto dell’ambiente nel quale l’individuo vive e varia a seconda delle condizioni storiche e delle classi sociali: esiste pertanto assoluta dipendenza del sistema formativo della struttura sociale, l’educazione è pertanto considerata un fatto sociale. Secondo Durkheim in ciascun individuo coesistono due esseri: il primo è quello che si potrebbe chiamare l’essere individuale, l’insieme di aspettative, bisogni e desideri; l’altro è un sistema di idee e abitudini, che esprimono non la personalità individuale, bensì il gruppo di appartenenza; si tratta dunque di credenze religiose, pratiche morali e tradizioni. L’insieme di queste due parti dell’essere forma l’essere sociale, scopo finale dell’educazione.

In tali termini risulta fondamentale il ruolo della scuola, che costituisce la struttura sociale più importante insieme alla famiglia per l’educazione. La scuola contribuisce all’attuazione di due principali compiti educativi: riproduzione e integrazione. Essa riproduce infatti il sistema di idee esterno e al tempo stesso assicura l’integrazione dei giovani nella struttura sociale. Il modello educativo proposto da Durkheim, porta avanti  inoltre l’idea della creazione di “abitudini”, ovvero disposizioni ad agire in modo socialmente accettato. La prospettiva di Durkheim vede dunque le regole sociali e l’educazione come i fattori in grado di modellare la personalità dell’individuo nella prospettiva della sua integrazione sociale.

PEDAGOGIA: pedagogia tra progresso ed evoluzionismo, Herbert Spencer


 Con la metà del XIX secolo, nello scenario pedagogico europeo iniziano a verificarsi forti cambiamenti, grazie all’avvento della cultura positivista. L’educazione è sempre più ispirata ai principi della modernità scientifica, alimentata dal pensiero di Auguste Comte. Lo studioso ricostruì l’intera storia dell’uomo alla luce della nozione di progresso: inizialmente l’uomo interpretava i fenomeni a partire dalla religione, successivamente riesce ad arrivare alle spiegazioni metafisiche e soltanto infine riesce, grazie alla comprensione scientifica, ad arrivare al ragionamento deduttivo. Scienza e metodo sperimentale divengono quindi le uniche vie principali per accedere alla conoscenza. Il secondo principio di notevole importanza di cui si fa esperienza in questo periodo è la nozione di evoluzione, a partire dalle scoperte naturalistiche di Charles Darwin. Cambia così il ruolo dell’uomo nella natura, quest’ultimo viene infatti posto non più come sovrano, ma come esito di un complesso gioco di forze naturali. Anche la stessa educazione rientra all’interno del campo di applicazione delle leggi evolutive: si comincia a parlare di scienza dell’educazione, finalizzata a garantire l’ordinato sviluppo della società; dunque l’educazione inizia a dover trasmettere non solo nozioni, ma anche valori reputati socialmente utili (disciplina, rispetto delle gerarchie sociali, igiene). 

In tali termini importante è il pensiero di Herbert Spencer, il quale elaborò per primo una teoria filosofica di impianto evoluzionista che comportò una rivisitazione del sapere umano. Egli presentò la tesi dell’evoluzione come legge universale, valida per tutti gli ambiti della realtà, parlando quindi per la prima volta di evoluzionismo cosmico. La legge dell’evoluzionismo cosmico poggia su tre caratteristiche specifiche: il passaggio da una forma meno coerente a una più coerente; il passaggio dall’omogeneo all’eterogeneo; il passaggio dall’indefinito al definito. Queste tre caratteristiche poggiano a loro volta su tre principi: l’indistruttibilità della materia, la continuità del movimento e la persistenza della forza. In base a ciò cambia anche la concezione dell’intelligenza umana, vista sempre più come un dato ereditario, derivante da un progressivo accumulo di esperienze. Anche gli stessi schemi logici, non sono visti come frutto di interiorizzazione personali, bensì come frutto di assimilazione biologica e psicologica di selezioni e adattamenti. Spencer riteneva che la stessa educazione dell’uomo dovesse svolgersi tenendo conto della sua condizione di “essere naturale“ e dunque lo stesso fine dell’educazione risulta strettamente legato a tale concezione. Hanno pertanto carattere prioritario tutte quelle attività che sono destinate alla conservazione della specie umana. A partire da ciò Spencer riordina anche il tradizionale ordine educativo, dando priorità alla formazione fisica e lasciando un ruolo subalterno alle discipline umanistiche, proponendo un’etica basata sull’adeguamento alle regole naturali.

giovedì 18 febbraio 2021

SOCIOLOGIA: domande pag. 355, 356,358

 355

  • Nel momento in cui un immigrato confronta le proprie usanze con quelle del paese in cui si è trasferito, denota importanti differenze culturali causate dal contatto con realtà molto diverse da quelle cui è abituato e ne possono derivare disagi sociali notevoli.
  • La società multiculturale è una società all’interno della quale convivono popolazioni con tradizioni differenti, molte volte contrastanti se non addirittura apparentemente incompatibili.
  • L’alternativa è la multiculturalità e l’assimilazione degli immigrati nella cultura di accoglienza.

356

  • Il dibattito sulle differenze sociali nasce negli anni 70 in Nordamerica. Le categorie discriminate iniziano a denunciare le pressioni subite e a richiedere trattamenti più equi, partendo da una maggiore inclusione sociale sulla base dell’uguaglianza di tutto il genere umano.
  • Le critiche che vengono rivolte alla democrazia liberale occidentale riguardano il fatto che quest’ultima propone concetti che storicamente finiscono per avvantaggiare direttamente soltanto le Elite dominanti.
  • La logica dell’uguaglianza viene rifiutata in quanto intesa come assimilazione al modello dominante e viene invece proposta la differenza come valore in quanto essa corrisponde alla volontà di ottenere riconoscimenti effettivi a sostegno delle diversità.

358

  • Le minoranze nazionali in Europa cercano inclusione lavorativa, ma anche migliore inserimento a livello sociale, costruendo comunità, associazioni, reti familiari e di vicinato, al fine di sentirsi più presenti e di poter manifestare la loro tradizione di origine.
  • Il multiculturalismo è un modello di convivenza interetnica e interculturale fondato sulla valorizzazione delle differenze.
  • Il multiculturalismo rappresenta una sfida per le società occidentali in quanto si basa sulla convinzione che a tutte le culture debba essere riconosciuto uguale valore, dunque nessuna ha motivo di avanzare pretese di superiorità sulle altre e questo implica il riconoscimento di pari dignità alle singole identità culturali, siano esse più grandi o più piccole.

SOCIOLOGIA: differenze culturali e multiculturalismi


 Uno dei principali effetti della globalizzazione, derivante dall’imponente flusso migratorio, riguarda le differenze culturali tra civiltà lontane. Queste ultime sono sempre esistite, ma la lontananza impediva che nascessero conflitti sociali. Con l’intensificazione del flusso migratorio, è stato provocato un rimescolamento di culture di imponenti dimensioni. Il patrimonio culturale di ciascuno entra infatti in contatto con realtà molto diverse e possono derivarne disagi culturali e sociali notevoli. Nasce quindi il problema sociale della conciliazione tra differenze culturali. I flussi migratori possono infatti innescare situazioni conflittuali: ogni persona porta con sé delle pratiche culturali che considera irrinunciabili e che spesso non sono compatibili con la nuova società, si genera pertanto una condizione di disagio. L’attuale fenomeno dell’immigrazione di massa ha prodotto la compresenza di tradizioni molto diverse in uno stesso spazio politico e sociale; gli Stati occidentali hanno cercato di garantire la valorizzazione della multiculturalità, considerando le differenze sociali individuali come un valore positivo. Questo aspetto però è il frutto di anni di lotte culturali che iniziano con il dibattito sulle differenze culturali degli anni 70 in Nordamerica. Categorie da sempre discriminate hanno infatti iniziato a denunciare con forza le pressioni subite in passato, chiedendo trattamenti più equi, tra cui una maggiore inclusione sociale sulla base dell’uguaglianza di tutto il genere umano. 

La democrazia liberale, prevede che per legge i cittadini debbano godere degli stessi diritti e doveri. Tuttavia spesso gli eventi storici non hanno saputo corrispondere a tale concezione, avvantaggiando soltanto l’Elite dominanti, il cui accesso è più facile a posizioni e professioni di maggiore prestigio. Il concetto di differenza come valore, non corrisponde quindi all’assimilazione al mondo dominante, ma alla volontà degli individui di ottenere riconoscimenti effettivi a sostegno delle diversità.

Con il tempo ha perso inoltre credibilità l’idea di poter ottenere una società perfettamente amalgamata, infatti i molteplici gruppi etnici, anziché fondersi rivendicano il diritto di conservare le proprie tradizioni d’origine. A tutela di ciò nasce il multiculturalismo, ossia un modello di convivenza interetnica e interculturale fondato sulla valorizzazione delle differenze e sul fondamento secondo cui a tutte le culture deve essere riconosciuto il medesimo valore.

SOCIOLOGIA: l’antiglobalismo


 L’intensificarsi e il modificarsi delle relazioni sociali, ha portato però anche un senso di insicurezza e di perdita dei punti di riferimento che davano stabilità al mondo sociale del passato. Con l’indebolimento degli Stati nazionali, molte culture locali hanno riacquistato forza e autonomia e, trovandosi esposte di continuo al bombardamento di informazioni, hanno sentito la necessità di trovare delle conferme e dei rinforzi in ambienti sociali definiti familiari, così da poter definire un proprio senso di appartenenza ad una comunità. Parallelamente è cresciuto anche il movimento cosiddetto “no global“ che si batte contro la globalizzazione, o almeno contro le modalità tramite cui essa si sta diffondendo. Il movimento no global sostiene infatti come procedendo in questa maniera, si finirà per concentrare ancora di più il potere e il benessere nelle mani di una piccolissima porzione della popolazione mondiale che già li possiede: le classi agiate dei paesi industrializzati. Il movimento no global è riuscito a trovare delle forme d’azione efficaci, seppur violente, che trovano esempio, per citarne uno, nella riunione del G8 a Genova nel 2001. I no global non sono riusciti a modificare la tendenza alla globalizzazione, già esageratamente avviata, ma sono stati in grado di portare avanti il problema delle differenze tra mondo povero e mondo ricco e la necessità di guidare la globalizzazione verso scenari più equi. 

PEDAGOGIA: Celestin Freinet

  Celestin Freinet pensa ad una “nuova società” e ad un “nuovo uomo”. Questa immagine si basa sulla valorizzazione delle risorse personali d...